I media agiranno mai con umanità? Una giornalista si pronuncia sui tentativi di distruggere Michael Jackson

Di Deborah B. Pryor

http://www.eurthisnthat.com/2014/06/25/michael-jackson-a-journalist-remembers-the-king-of-pop-and-the-day-she-decided-to-defend-him/

25 giugno 2014

Nel 2003 scrissi un editoriale dal titolo: “I Media agiranno mai con Umanità? Una giornalista si pronuncia sui tentativi di distruggere Michael Jackson”. Come per la maggior parte dei miei editoriali, era scaturito dalla frustrazione, dalla rabbia e dalla decisione di prendere una posizione su qualcosa in cui credevo.

Inoltre, il documentario di Martin Bashir era stato appena mandato in onda.

Sapevo che da giornalista era una mossa rischiosa: criticare i media – dei quali io faccio parte – ed espormi per difendere qualcuno – e non uno qualunque, Michael Jackson, quando farlo non era così popolare.

Non me ne importava niente e lo feci lo stesso.

Ricordo il mio nervosismo quando schiaccai il tasto “invio” per mandare l’articolo a una manciata di colleghi, per vedere loro coso ne pensavano, e a qualche giornale, incluso il Los Angeles Times. E qualche giorno dopo, quando li chiamai per ricevere un riscontro, la donna che mi rispose al telefono mi disse, nel più scortese dei toni: “Noi non pubblichiamo niente del genere”.

Per fortuna, Lee Bailey di EURweb la pensava diversamente e, senza neanche rispondere alla mia email, nel giro di poco pubblicò il mio articolo.

Benché avessi lavorato come gionalista sin dagli anni ’70 e avessi scritto molti articoli, non avevo mai fatto nulla di simile prima. Beh, c’era stata quella volta nel 1993 quando avevo il mio personale programma radiofonico e feci una sorta di “Lettera Aperta” sull’argomento Michael.  Ma in quel momento il mio vero stipendio veniva dal mio lavoro in una scuola per bambini con difficoltà di apprendimento, da dove (ingenuamente) avevo inviato la mia email per proporre l’articolo. Se ne sapete qualcosa di email di tipo personale (con un allegato, per esempio l’articolo) mandate dal lavoro, vi rendete conto di quanto fosse rischiosa quella mossa. Ma quando realizzai quello che avevo fatto, era troppo tardi.

Ancora sbigottita dalla brutta risposta ricevuta dal LA Times, potete immaginare il mio shock quando il giorno seguente arrivai al lavoro, accesi il mio computer e c’erano letteralmente CENTINAIA di email con il mio articolo in oggetto! E continuavano ad arrivarne altre. Tenevo gli occhi sbarrati e, sebbene avessi il mio ufficio personale, per il modo in cui mi guardavo in giro avreste pensato che ci fosse gente intorno a me a osservarmi.

Me la stavo facendo addosso dalla paura che i tecnici informatici della scuola mi segnalassero al mio capo o, pure peggio, al presidente dell’organizzazione. Di solito loro rimuovevano questo tipo di cose molto in fretta per il timore di virus. Perciò, come diavolo erano riuscite a passare tutte quelle email?

Iniziai a riconoscere alcuni indirizzi di posta elettronica e a cliccare esitante per aprire le email. Ne avevo ricevute da colleghim professori, fan, insegnanti, genitori e da ogni parte del mondo. Tutte in supporto del mio articolo e della mia decisione di scriverlo.

Ricordo uno studente australiano che mi aveva scritto che il suo insegnante aveva dedicato una lezione intera a commentare il mio articolo.

Sentendomi in obbligo di almeno ringraziare questi sconosciuti per aver speso del tempo non solo a leggere il mio editoriale, ma anche a scrivermi, sottrassi ulteriore tempo alla mia giornata di lavoro e cominciai a rispondere alle email. Ma, come potete immaginare, la cosa stava diventando ingestibile, allora decisi di scrivere i miei ringraziamenti nella stessa pubblicazione che aveva così gentilmente pubblicato il mio editoriale: EURweb.

Io, insieme a milioni di altri, sento la mancanza di Michael più di quanto le parole possano mai esprimere. E sebbene non abbia mai incontrato Michael personalmente o nemmeno parlato con lui al telefono,  mi considero tra quelli più fortunati. Grazie al legame della mia famiglia con lui, lui ci invitò personalmente a festeggiare due compleanni nelle sue dimore di Encino (dove giocai a scarabeo con la signora Jackson) e a Neverland, dove guardammo dei film e mangiammo pop corn e caramelle a volontà.

Ricordo anche che un membro dello staff di Neverland guidò la mia piccola Volkswagen Cabriolet dell’epoca “attraverso lo stagno” verso la Stazione n° 76, che faceva parte della proprietà, e mi fece il pieno GRATIS.

Oggi, 25 giugno 2014, voglio manifestare pubblicamente il mio amore, rispetto e gratitudine all’unico e solo Michael Joseph Jackson, per aver donato tutto se stesso alla sua arte nonostante tutti i sacrifici.

Quello che segue è il mio editoriale (pubblicato il 6 marzo 2003, il link originale http://eurweb.com/articles/columns/03062003/columns907103062003.cfm non funziona più. Di seguito, riporteremo la traduzione e la trascrizione inglese recuperata a questo link: http://www.mjtranslate.com/en/aboutmjs/1770)

 

Se il documentario “Living With Michael Jackson” è un’indicazione di ciò che è diventato il giornalismo, siamo nei guai. Devo chiedermi qual è la questione di fondo nell’ossessione dei media a dissacrare Michael Jackson. Per Martin Bashir, si è trattato chiaramente di soldi e fama. Ma, per la cronaca, il pubblico dovrebbe anche sapere che non tutti i giornalisti condividono questa visione: e anche solo per una questione di equilibrio, pure le nostre storie dovrebbero essere raccontate. Come giornalisti, c’è qualcosa che sembra abbiamo dimenticato: il nostro “titolo” non dovrebbe soppiantare la nostra “specie”. Noi siamo ancora esseri umani, ma nel nostro lavoro, agiamo sempre come tali? Mentre possiamo certamente riconoscere le eccentricità e anche l’ingenuità di uno come Michael Jackson, queste caratteristiche di per sé non sono crimini. Dovremmo stare attenti a non usarle come sommatoria della sua personalità e come mezzi per distogliere l’attenzione dalla sua lunga carriera come intrattenitore e umanitario. Se il giornalismo fosse davvero obiettivo, non sarebbe questo il caso.

Il documentario di Martin Bashir Living With Michael Jackson ha mancato di integrità. Secondo l’opinione di chi scrive, dovrebbe essere ricordato come nulla di più di un’esercitazione su come guadagnarsi la fiducia di qualcuno e poi manipolarla per poi raccontare la storia che tu avevi già scritto prima ancora di incontrare l’uomo o mettere piede in casa sua. A quanto pare, la necessità di un lavoro giornalistico di pregio è stata lasciata fuori, rimpiazzata da 2 prerequisiti per ottenere che la tua storia venisse notata: quanto in basso puoi andare e quanto loro sono disposti a pagarti. È evidente che Bashir abbia risposto al primo requisito; e con le ripetute messe in onda del suo documentario, ABC e VH1 al secondo.

Sotto ogni punto di vista, direi che i tentativi di distruggere Michael Jackson stanno tenendo impegnati un sacco di persone. La cosa triste è che questo stile di documentario scandalistico sta diventando sempre più diffuso in questi anni. Mentre in passato sembrava che si rifugiassero in programmi Hard Copy, è difficile concepire che un programma come 20/20 della ABC, organizzato come notiziario una volta considerato "serio", si sarebbe messo a zerbino in questo modo.

Jackson probabilmente è l’unica celebrità il cui passato viene continuamente rivangato in modo spiacevole. È una tale vergogna che tutto quello che i media scelgono di sfruttare da una simile illustre carriera di lunga data come la sua sia materiale sulle operazioni di chirurgia plastica e sulle infondate accuse di molestie su minori.  È quest’ossessione senza ritegno e la successiva ripetizione a pappagallo di questo tipo di materiale pieno di pregiudizi che incoraggia questa disumanizzazione. È uno stile comportamentale che sta diventando sempre più ammissibile e le celebrità, Jackson in particolare, non sono viste come persone, ma come oggetti. Persino i cosiddetti “giornalisti seri” si sono abbassati a nuovi livelli, facendo domande vergognose come quella che Diane Sawyer rivolse qualche anno fa nella sua intervista a Jackson e sua moglie Lisa Marie Presley: “Sono stata una giornalista ‘seria’ per gran parte della mia vita, ma… voi due fate sesso?” Scusami?? Questo tipo di domande è molto più che inopportuno, perde semplicemente qualsiasi connessione con la decenza! Eppure queste domande ridicole continuano a riemergere per Jackson. Nessun’altra celebrità ha visto la sua dignità così messa a dura prova. Il tipo di linguaggio reiterato dal documentario di Bashir ha contribuito alla percezione dei media da parte del pubblico più accorto come di una crescente barzelletta.

Se c’è mai stato un senso di fiducia, sta volando via dalla finestra in fretta. C’è stato un tempo in cui si poteva girare tra un canale televisivo e un altro o prendere un giornale e distinguere con chiarezza le notizie dal gossip. C’era un avviso sul canale tv oppure c’erano sezioni ben distinte sui giornali. Queste distinzioni ora sono diventate ben più difficili. Posto che la vita privata di Michael Jackson non è in alcun modo comparabile alla guerra in Iraq che sta riguardando la nostra nazione, se potessimo trascorrere un paio d’ore a Vivere con Lui, perché rimasticare sempre la stessa cosa? Come giornalista che ha avuto un’opportunità unica, Bashir non avrebbe potuto sfruttarla meglio… in modo più intelligente? Magari, considerato il potere dei media e l’attuale crisi del paese, concentrarsi sui viaggi di Jackson in giro per il mondo nel corso degli ultimi 8 mesi;  sugli incontri che può aver avuto con persone di spessore nello sforzo di intraprendere un percorso di pace. Le celebrità stanno facendo cose così importanti oggi al di là del loro mestiere. Si guardi a Bono degli U2, all’attore Chris Tucker, a Jermaine Jackson. Bashir non avrebbe potuto esplorare come questa icona usa il potere della sua celebrità e la sua posizione come veicolo per cambiare lo stato attuale delle cose nel mondo? Ora è il momento in cui il pubblico ha bisogno di sentire cose del genere. Con l’avvento di un nuovo secolo e l’innegabile risveglio spirituale che la nostra società sta avendo come mai prima, noi stiamo lentamente imparando a non giudicare. È offensivo che il giudizio sia esattamente l’unca cosa costantemente usata dai media per perpetuare il pregiudizio; e in questo caso, sulle spalle di Jackson. Perché quando si tratta di lui c’è una tale assenza di equilibrio che degli occhi attenti possono notarlo molto di più.

Bashir ha usato la parola "disturbing" (inquietante) un sacco di volte per parlare del rapporto di Jackson con i bambini. Vorrei capovolgere il copione e offrire di mia volta alcune percezioni inquietanti. In merito al suo uso improprio del giovane amico di Jackson, Gavin, ha pensato anche una sola volta al fatto che lui sarebbe dovuto tornare a scuola il giorno dopo e affrontare i suoi compagni di classe e i suoi amici dopo quella descrizione della sua amicizia con Jackson? Da madre e nonna, so bene che la vita degli adolescenti è già difficile senza che le loro facce vengano spiattellate in televisione e, aggiungendo al danno la beffa – come ha fatto Bashir – con l’insinuazione di un comportamento sessuale improprio. Essendo amica della famiglia di Gavin, so bene l’effetto che il costante supporto e la compassione di Jackson hanno avuto su di loro nella lunga battaglia di Gavin contro il cancro. La decisione di Bashir di sfruttare quel rapporto puro e sincero mi disgusta.

Io non sono sul libro paga di Michael Jackson e come giornalista non ho nessuna paura di scegliere l’impopolarità. Quello che a me interessa, in tutta franchezza, è solamente il fatto che ho visto questo schema drammatico ripetersi di continuo. Nei media, come in società, lavoriamo per creare queste figure gigantesche e poi sembra che festeggiamo la demolizione della nostra stessa creazione. È un circolo vizioso. Se l’umanità deciderà mai di far visita al mondo dei media, spero che prenderà in considerazione di restarci almeno un po’. Spero che prenderà una sedia per intavolare una conversazione su come possiamo applicarla nel nostro lavoro senza che per questo le nostre storie corrano il rischio di avere meno spessore. Spero ci mostrerà come riconquistare il rispetto verso i media, cosicché noi possiamo rispettare il pubblico a sufficienza per poterci fidare che loro arriveranno alle loro proprie conclusioni sulla base di materiale imparziale. Se l’umanità deciderà mai di far visita al mondo dei media, spero abbia l’opportunità di avere un’intervista televisiva di 2 ore in prima serata.

 

English transcript:

In 2003, I wrote an editorial entitled, “Will Humanity Ever Visit The Media: A journalist speaks out on the attempts to castrate Michael Jackson.” As most editorials go, it was borne out of frustration, anger, and the decision to take a stand on something I believed in.

Additionally, the Martin Bashir interview had just aired.

I knew that as a journalist it was a risky move to make; reprimanding the media itself – which I am a member of; and coming off as defending someone – hell, not just anyone, Michael Jackson of all people, when it was not popular to do so.

I didn’t give a shit, and did it anyway.

I remember being nervous as I pushed “send” – forwarding the article to a handful of colleagues to see what they thought, and a few publications, including the Los Angeles Times. And a few days later, as I followed up with them, the woman on the other end of the phone at the L.A. Times said, in a most nasty tone, “We wouldn’t print anything like this.”

Fortunately, Lee Bailey’s EURweb felt differently, and without even responding to my email, published it in short order.

Although I had been working as a journalist since the 70’s, and had written a multitude of articles, I had never really done anything like this before. Well, there was that time in 1993 when I had my own radio show and did an ‘Open Letter’ on the subject of Michael. But at this time, my real paycheck came from my work at a special needs school – which is where I had (foolishly) sent the email proposing the story. If you know anything about sending “personal” emails out (with an attachment, i.e. the story) from work you realize how risky a move that was. By the time I realized what I had done, it was too late.

At best, still reeling from the L.A. Times nasty response, you can imagine my shock when I came into work the next day and turned on my computer. There were literally HUNDREDS of emails with the title of my article in the subject line! And emails were still coming in. My eyeballs got as big as saucers, and, although I had my own office – the way I was looking around the room you would’ve thought people were watching me.

I was scared shit-less that the tech people would report me to my boss, or even worse, the president of the agency. They usually quickly usurped this kind of thing for fear of viruses. So how the hell did all these emails get through undetected?

I started to recognize some of the email addresses and hesitantly started clicking on them. I got emails from colleagues, professors, fans, teachers, parents – from all over the world. All supporting the article and my decision to write it.

I remember one student in Australia said his teacher had dedicated an entire class to talking about the article.

Feeling compelled to at least thank these strangers for taking the time to, not only read the editorial, but respond to me, I stole further time from my workday and started to answer some of the emails. But as you can imagine, it became overwhelming, so I actually had to write a Thank You article in the same publication that had so graciously put it out there: EURweb.

I, along with millions of others, miss Michael more than words can ever express. And although I never met Michael personally, or even spoke with him on the phone, I do consider myself among the luckiest people. Because of my family’s connection to him, he personally invited us to celebrate two birthdays at his homes in Encino (where I played scrabble with Mrs. Jackson) and at Neverland; where we watched movies, ate popcorn and all the candy one could want.

I even remember a staff member at Neverland drove my little Volkswagen Cabriolet, at the time, “across the pond” to an actual 76 Station WHICH WAS ON THE PROPERTY, and filled up my tank FOR FREE.

On this day, June 25, 2014, I publicly show my love, respect, and gratitude to one Michael Joseph Jackson, for giving his all to his craft, in spite of the sacrifices.

 

The 2003 article:

If the documentary Living With Michael Jackson is any indication of what journalism has become, we're in trouble. I have to wonder what the bottom line is on the media's obsession to defile the character of Michael Jackson. For Martin Bashir, it was clearly money and fame. But, for the record, the public should also know that not every journalist shares this view; and if for nothing but balance alone, our stories should be told as well. As journalists, there is something we seem to have forgotten: our "title" should not replace our "species." We are still human beings, but in our work, do we always act as such? While we may certainly recognize the eccentricities and even the naiveté of someone like Michael Jackson, these traits in themselves are not crimes. We should be careful not to use them as a summation of his character, or as a means to detract from his long-standing career as an entertainer and humanitarian. If journalism were truly unbiased, this would not be the case. Martin Bashir's documentary Living With Michael Jackson lacked integrity. In the opinion of this writer, it should be remembered as nothing more than an exercise in how to gain someone's trust, then manipulate it to tell the story you had written before ever meeting the man or setting foot on his property. Apparently, the need for journalistic excellence has left the building; leaving behind in its place only two prerequisites for getting your story picked up: how low can you go and how much are they willing to pay. Clearly, Bashir fulfilled the first requirement; and with several airings of his documentary to their credit, ABC and VH1, the second. By all accounts, I'd say the attempts to castrate Michael Jackson are keeping a lot of people in business. The sad part is that this tabloid-style documentary has become more prevalent over the years. Where in the past they seemed to find safe shelter on programs like Hard Copy, it's difficult to conceive that 20/20, a news-oriented program once considered "serious," would put out such a welcome mat. Jackson has arguably been the only celebrity continuously raked over the proverbial coals. It seems such a shame that all the media chooses to grasp from such an illustrious, long-standing career, is material on plastic surgery and unfounded allegations of child abuse. It is the blatant obsession with and subsequent regurgitation of this type of biased material that encourages dehumanization. It is a behavioral style that is becoming increasingly more acceptable, and celebrities, Jackson in particular, are seen not as people, but as objects. Even so-called "serious" journalists have stooped to new levels; asking shameless questions like Diane Sawyer did a few years back in her interview with Jackson and former wife Lisa Marie Presley: "I've spent most of my life being a 'serious' journalist, but, … do the two of you have sex?" Excuse me? This line of questioning is more than intrusive, it lacks any association with civility! Yet, these ridiculous questions keep resurfacing for Jackson. No other celebrity has had his or her dignity tested in this way. The type of programming reiterated by Bashir's documentary has contributed to the more discerning public's perception of the media as a growing joke.

 

If ever there was a sense of trust, it's flying out of the window fast. There was a time you could turn on the television or pick up a newspaper and clearly distinguish serious news from tabloid. There were network warnings; or they were in different sections of the newspaper. Such distinctions have now become much more difficult. While the private life of Michael Jackson is in no way comparable to our nation's pending war with Iraq, if we had to spend two hours Living With him, why rehash the same thing? As a journalist with a unique opportunity, couldn't Bashir have used it better…more intelligently? Perhaps, considering the power of the media, and the country's current crisis, focus on Jackson's travels around the world over the past eight months; the meetings he may have had with dignitaries in an effort to initiate peace. Celebrities are doing such important things today in addition to their craft. Just look at U2's Bono, actor Chris Tucker, and Jermaine Jackson. Couldn't Bashir have explored how this icon uses the power of his celebrity and wealth as a vehicle to change the state of the world? Now is the time the public needs to hear such things. With the dawning of a new century, and our society's undeniable state of spiritual awakening, more than ever before, we are learning not to judge. It's insulting that judgment is the exact tool continually used by the media to perpetuate prejudice; and in this case, via Jackson. Because there is such a lack of balance where he is concerned, it's that much more noticeable to discerning eyes. Bashir used the word "disturbing" several times with regard to Jackson's relationship with children. I'd like to flip the script and offer some disturbing perceptions of my own. With regard to his misuse of Jackson's young friend, Gavin, did he put any forethought into the fact that he had to return to school the next day and face his classmates and friends following his portrayal of the teenagers' friendship with Jackson in the documentary. As a mother and grandmother, I know that life is hard enough for young boys entering into manhood without having their faces plastered on television and adding insult to injury - as Bashir did - with innuendoes of reference to sexual impropriety. As a friend Gavin's family, I am very aware of the effect that Jackson's unrelenting support and compassion has had on them through their lengthy battle with Gavin's illness. Bashir's decision to exploit the relationship as anything more than genuine sickens me. I am not on Michael Jackson's payroll; and as a journalist, I have no fear in choosing not to be a part of the popular vote. My interest, quite frankly, lies solely in the fact that I have seen the drama played over and over again. In media, as in society, we work to create these larger-than-life figures and then seem to revel in the dismantling of our own creation. It's a very sick cycle. If humanity ever decides to pay a visit to the media, I hope it will consider staying a while. I hope it will pull up a chair and have a sit-down conversation on how we can implement it in our work without the threat of our stories having any less substance. I hope it will show us how to bring respect back to the media; so that we can respect the public enough to trust they will come to their own conclusions, based on the presentation of unbiased material. If humanity ever decides to pay a visit to the media, I hope it has the opportunity to get a two-hour interview … on television, in primetime.


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